Stefano Benni – Non siamo stato noi

Stefano Benni - Non siamo stato noi

di Alessandro Prevosto

Ci sono libri che ti prendono per mano e ti portano a spasso, senza troppi complimenti, tra ironia e follia. Non siamo Stato noi, di Stefano Benni, è uno di questi. Già dal titolo capisci che non sarà una passeggiata tranquilla: qui c’è satira, c’è rabbia allegra, c’è la voglia di scompigliare i capelli al lettore e fargli dire “ma guarda un po’!”.

Pubblicato da Savelli, questo libro ha il sapore un po’ artigianale delle cose fatte con passione e coraggio. Non è un romanzo lineare, non è una storia da raccontare davanti al camino, ma una raccolta di pezzi, di lampi, di trovate che mettono in scena un’Italia surreale, grottesca, ma maledettamente vera. È un libro figlio degli anni Settanta, ma che a rileggerlo oggi sembra scritto ieri: perché i bersagli della satira di Benni sono ancora lì, vivi, vegeti e invecchiati male.

Lo stile di Benni è quello che conosciamo e amiamo: un misto di invenzione linguistica, comicità assurda e poesia da marciapiede. Ti ritrovi a ridere per un gioco di parole e un attimo dopo a pensare che, sotto quella risata, c’è una verità che brucia. Non c’è mai predica, ma c’è sempre un dito puntato – e il dito, più che accusare, fa il solletico al potere.

La cosa bella di Non siamo Stato noi è che riesce a essere insieme un libro leggero e un libro cattivo. Leggero perché la scrittura scivola via veloce, piena di ritmo e fantasia. Cattivo perché non fa sconti: prende di mira la politica, i media, le istituzioni, i piccoli vizi italiani. E lo fa con un sarcasmo che non si è arrugginito col tempo.

Ogni pezzo è una vignetta allungata, un piccolo sketch che potrebbe stare su un palco da cabaret o su una pagina di giornale. Alcuni sono più folli, altri più diretti, altri ancora più poetici. È un mosaico di satira che non ti chiede di essere studiato, ma di essere goduto, come una serata tra amici che sparano battute a raffica.

Si sente la mano del Benni giovane, quello che non ha paura di esagerare, di mischiare registri, di inventarsi parole nuove per dire cose antiche. E si sente anche l’eco di una stagione in cui la satira era un’arma, non un semplice intrattenimento. Una stagione in cui ridere aveva ancora il gusto della ribellione.

Rileggere questo libro oggi è come aprire un vecchio baule pieno di costumi di carnevale: sono un po’ sgualciti, ma indossarli è ancora divertente, e soprattutto fanno ridere le stesse persone di allora. Perché in fondo, diciamolo, “non siamo Stato noi”… ma quelli che sono stati, sono sempre lì, pronti a rifare le stesse mosse.

Ecco perché questo libro resta fresco: perché ci ricorda che il potere cambia faccia ma non sostanza, e che ridere di lui è sempre il miglior modo per disinnescarlo.

Non siamo Stato noi non è un libro da biblioteca silenziosa: è un libro da bar rumoroso, da autobus affollato, da pausa pranzo con risata liberatoria. È un libro che non invecchia perché ha dentro la leggerezza della lingua e la pesantezza delle verità che dice.

In conclusione: se volete un viaggio leggero ma graffiante nell’Italia di allora (e, per certi versi, di oggi), fatevi un regalo. Prendete in mano Non siamo Stato noi e lasciate che Benni vi accompagni tra paradossi, giochi linguistici e stoccate satiriche. Vi accorgerete che ridere può essere ancora, sorprendentemente, una forma di resistenza.

Stefano Benni
Non siamo stato noi, corsivi e racconti
Savelli, 1978

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