Io quella la faccio a fette! di Carlo Manzoni

Carlo Manzoni, Io quella la faccio a fette

di Alessandro Prevosto

Alla scuola dei duri le buone maniere non si insegnano — e, a dirla tutta, Chico Pipa non saprebbe cosa farsene. In compenso, di bourbon ne serve parecchio, perché l’acqua fa ruggine e non si addice né a lui né al vecchio Greg Scarta, spalla inseparabile e filosofo da bettola. Così comincia Io quella la faccio a fette!, uno dei romanzi più spassosi e insieme più “americani” che l’umorismo italiano del Novecento abbia partorito.

Carlo Manzoni, penna brillante di Candido e Marc’Aurelio, gioca qui a fare l’hard boiled all’italiana, mescolando Raymond Chandler con Totò, Humphrey Bogart con Nino Taranto. Il risultato è una parodia irresistibile del noir d’oltreoceano, dove pistole e whisky si alternano a doppi sensi, malapropismi e trovate linguistiche che fanno sbellicare.

Il “romanzo più giallo che mai”, come recitava lo slogan, è un carosello di delitti improbabili, donne fatali che sanno di cipria e misteri che si risolvono più con la faccia tosta che con la logica. Ma è soprattutto un piccolo monumento alla comicità verbale: il linguaggio di Manzoni è un impasto geniale di inglese maccheronico, slang inventato e dialetto camuffato — un esperimento che oggi definiremmo meta-noir, ma che all’epoca era semplicemente genio puro.

Chico Pipa è il prototipo del detective che non risolve niente ma dice tutto: un “duro” da bar, che fuma troppo, beve peggio, e riesce a uscire vivo da ogni guaio solo perché nessuno capisce quello che dice. Il suo socio Greg Scarta è la coscienza stropicciata del romanzo: un reduce di mille guai che commenta ogni scena con il disincanto del vero umorista.

Rileggerlo oggi è un piacere raro. Ti ritrovi in un mondo dove i cattivi hanno baffi di celluloide, i boss parlano come attori doppiati male e ogni frase sembra una battuta di cabaret. È un omaggio ironico al cinema americano, ma anche una celebrazione della fantasia italiana che sa ridere copiando, reinventando e trasformando tutto in farsa brillante.

Carlo Manzoni riesce dove molti hanno fallito: prendere in giro un genere e allo stesso tempo amarlo profondamente. Io quella la faccio a fette! è una dichiarazione d’amore al noir, scritta con la leggerezza di chi conosce bene i codici ma preferisce riscriverli a colpi di gag e di “bourbon letterario”.

Un libro che oggi si legge come un film in bianco e nero con i sottotitoli scritti da un umorista ubriaco di parole. E, credeteci, funziona ancora.

Carlo Manzoni
Io quella la faccio a fette!
Suspence del riso, Rizzoli, 1960

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