Nel maggio 1986 Bompiani raccoglieva in un tascabile le disavventure di Cipputi alle prese con televisione, politica e trasformazioni sociali. Quarant’anni dopo, In diretta, Cipputi! non è soltanto un reperto della satira italiana: è uno di quei libri che fanno ridere e, subito dopo, domandare quanto sia davvero cambiato.
Un operaio davanti al piccolo schermo
C’è Cipputi, naturalmente. Il berretto, gli occhiali, la tuta rossa, le mani che sembrano progettate più per una chiave inglese che per impugnare il telecomando. E davanti a lui c’è la televisione.
La copertina di In diretta, Cipputi! contiene già quasi tutto il programma del libro. Francesco Tullio Altan mette il suo operaio davanti al mezzo che negli anni Ottanta sta cambiando rapidamente non soltanto l’intrattenimento italiano, ma il linguaggio, la politica e il modo stesso di rappresentare la realtà.
Il volume esce nella collana Tascabili Bompiani Comics nel maggio 1986. Cipputi, a quel punto, non è più una novità. Altan lo ha trasformato da tempo in uno dei grandi osservatori della società italiana: operaio metalmeccanico, comunista senza particolare vocazione per l’ortodossia, disincantato abbastanza da diffidare anche di coloro che dovrebbero rappresentarlo.
La quarta di copertina lo descrive efficacemente come un uomo che ha ormai perduto molti dei suoi compagni e perfino qualche certezza. Ma proprio per questo Cipputi continua a funzionare: non è il portavoce di una tesi, è il testimone di una disillusione.
E la disillusione, purtroppo, invecchia benissimo.
Altan non racconta la televisione. Racconta chi la guarda
Rileggere oggi In diretta, Cipputi! significa inevitabilmente fare un piccolo esercizio di archeologia. Quella televisione appartiene a un mondo senza Internet, smartphone e social network. Il telecomando stesso conserva ancora qualcosa di moderno. La comunicazione è verticale: qualcuno parla dallo schermo e milioni di persone ascoltano.
Eppure è proprio qui che il libro sorprende.
Perché ad Altan interessa relativamente poco la tecnologia. Gli interessa il rapporto tra il cittadino e ciò che gli viene raccontato.
Cipputi guarda. Ascolta. Commenta. E soprattutto misura continuamente la distanza tra la rappresentazione televisiva della società e quella che conosce uscendo di casa, andando in fabbrica, parlando con gli altri.
È il meccanismo fondamentale della satira di Altan: prendere il grande discorso — politico, ideologico, economico, televisivo — e farlo precipitare nella quotidianità.
Bastano pochissime parole.
Il disegno non cerca virtuosismi e non ne ha bisogno. Quelle figure apparentemente elementari, i nasi smisurati, i corpi pesanti e le espressioni immobili sono una macchina comica di precisione. Più il personaggio rimane impassibile, più la battuta diventa feroce.
Altan non alza quasi mai la voce. Lascia che sia la realtà a rendersi ridicola.
Quarant’anni dopo, basta cambiare lo schermo
È qui che In diretta, Cipputi! smette di essere semplicemente un vecchio libro divertente.
La televisione del 1986 non è più la nostra televisione. Il sistema politico osservato da Cipputi è crollato, la fabbrica ha perso la centralità simbolica che possedeva nel Novecento e persino la figura dell’operaio raccontata da Altan appartiene a un’Italia profondamente trasformata.
Eppure il cortocircuito è ancora perfettamente riconoscibile.
Oggi Cipputi probabilmente non starebbe soltanto davanti al televisore. Avrebbe uno smartphone. Leggerebbe dichiarazioni sui social, guarderebbe brevi video, riceverebbe notifiche e sarebbe circondato da una quantità di “dirette” infinitamente superiore a quella immaginabile nel 1986.
Cambierebbe lo schermo. Molto meno il suo sguardo.
Ed è questa la qualità che distingue la satira destinata a sopravvivere alla cronaca da quella che muore insieme alla notizia che l’ha generata. Altan parte dall’attualità, ma riesce quasi sempre a raggiungere qualcosa di più profondo: la retorica del potere, l’autocompiacimento della politica, la distanza fra linguaggio pubblico ed esperienza privata, la capacità italiana di adattarsi a tutto continuando a lamentarsene.
Cipputi è uno sconfitto che non concede agli altri il privilegio di raccontargli che ha vinto.
Perché cercarlo ancora
In diretta, Cipputi! oggi si cerca nell’usato, sulle bancarelle, nelle librerie antiquarie o in qualche scaffale dimenticato. Ed è esattamente questo lo spirito di Meglio tardi…: non stabilire se un libro del 1986 possa fingere di essere una novità, ma chiedersi se valga ancora la pena recuperarlo.
In questo caso la risposta è sì.
Vale per chi ama Altan e vuole ritrovare una fase importante del suo lavoro. Vale per chi studia la satira italiana e vuole capire come il disegno umoristico abbia raccontato il passaggio dagli anni della grande contrapposizione ideologica alla società televisiva. Ma vale anche semplicemente per chi vuole ridere.
Con un’avvertenza.
Ogni tanto, leggendo una battuta vecchia di quarant’anni, potrebbe venir voglia di controllare nuovamente la data di pubblicazione.
È proprio lì che Altan smette di essere vintage.
Scheda bibliografica
Francesco Tullio Altan
In diretta, Cipputi!
Bompiani, Milano
Collana: Tascabili Bompiani Comics
Prima edizione: maggio 1986
© 1985-1986 Francesco Tullio Altan / Quipos S.r.l.


