Una lattiera, un fascista e Jeeves: il codice perfetto di Wodehouse

Copertina del romanzo Il codice dei Wooster di P. G. Wodehouse, edizione Sellerio

Una lattiera d’argento a forma di mucca, una zia con idee pericolose, fidanzamenti che si rompono e si ricompongono, un aspirante dittatore in pantaloncini neri e, per fortuna, Jeeves. Pubblicato nel 1938, Il codice dei Wooster dimostra che per costruire una macchina comica perfetta non servono grandi tragedie: basta prendere molto sul serio cose assolutamente ridicole.

Quello tornato recentemente in libreria non è dunque un nuovo Wodehouse, ma una nuova edizione italiana di un romanzo del 1938. Sellerio lo ha riproposto nel 2025 nella collana La memoria, nella traduzione di Beatrice Masini e con una nuova nota di Jonathan Coe. È proprio questa distanza fra la data dell’opera e quella dell’edizione a portarlo naturalmente nella nostra rubrica Meglio tardi….

La leggerezza è una cosa seria

Jonathan Coe, nella nota che accompagna la nuova edizione Sellerio, parte da Italo Calvino e dalle Lezioni americane. Il punto è la leggerezza: la capacità della letteratura di sottrarsi alla pesantezza, all’inerzia e all’opacità del mondo senza per questo diventare inconsistente.

Da qui nasce una definizione irresistibile: per Coe, P.G. Wodehouse è il “Mozart della scrittura comica”. Il paragone non riguarda soltanto l’allegria. Riguarda soprattutto la precisione. Nei romanzi di Wodehouse la sensazione di facilità è il risultato di un meccanismo costruito con una cura quasi musicale: frasi, ritmi, entrate e uscite dei personaggi, equivoci e catastrofi arrivano esattamente quando devono arrivare.

Il codice dei Wooster ne è forse uno degli esempi più puri. È il terzo romanzo incentrato sul rapporto fra Bertie Wooster e il suo valletto Jeeves, una coppia nella quale la distribuzione ufficiale dei ruoli conta assai meno di quella reale: Bertie possiede il denaro e il cognome; Jeeves possiede praticamente tutto il resto, a cominciare dalla capacità di capire che cosa sta succedendo.

Tutto per una lattiera a forma di mucca

La miccia narrativa è meravigliosamente sproporzionata rispetto al caos che provocherà. L’arcigna zia Dahlia incarica Bertie di aiutarla a mettere le mani su una vecchia lattiera d’argento a forma di mucca. Il piano prevede che il nipote si presenti da un antiquario e tenti di farne abbassare il prezzo.

Naturalmente è già troppo tardi. L’oggetto è stato acquistato da Sir Watkyn Bassett e Bertie si ritrova trascinato in una girandola di complicazioni nella quale entrano anche Madeline Bassett, l’amico Gussie Fink-Nottle e Roderick Spode.

È il tipico universo di Wodehouse: i problemi che tormentano i personaggi non riguardano quasi mai la sopravvivenza dell’umanità. Sono fidanzamenti, oggetti contesi, zie imperiose, equivoci, furti improbabili e reputazioni da salvare. Ma proprio perché la posta in gioco è così piccola, l’autore può trattarla con una serietà spropositata. Da questa sproporzione nasce buona parte dell’effetto comico.

Bertie attraversa il disastro convinto, a intervalli regolari, di aver finalmente capito tutto. Il lettore sa che non è così. E sa soprattutto che, quando ogni possibile soluzione avrà prodotto un problema ancora peggiore, da qualche parte comparirà Jeeves.

Quando entra in scena la politica

C’è però un elemento insolito. Nel mondo generalmente impermeabile alla realtà politica costruito da Wodehouse entra Roderick Spode, colosso autoritario, fondatore delle “Braghette Nere” e aspirante dittatore.

La parodia rimanda al fascismo britannico degli anni Trenta e alla figura di Oswald Mosley, leader della British Union of Fascists. Il legame tra Spode e Mosley è riconosciuto anche dalla P.G. Wodehouse Society, che descrive il personaggio come una satira del leader fascista britannico.

Ma Wodehouse non cambia improvvisamente genere. Non trasforma il romanzo in un trattato politico e non interrompe la commedia per tenere una lezione. Fa qualcosa di più congeniale alla propria scrittura: rende Spode ridicolo. L’uomo che vorrebbe incutere timore entra nello stesso ingranaggio che stritola tutti gli altri personaggi e viene sottoposto alla più wodehousiana delle punizioni: perdere la propria solennità.

Coe osserva che questa apertura alla realtà politica resta eccezionale nell’opera dello scrittore. Ed è forse proprio per questo che funziona. Il fascismo britannico entra per un momento nel mondo di Bertie e Jeeves, ma deve rispettarne le regole: anche l’aspirante dittatore, una volta varcata quella porta, diventa materiale per la commedia.

Una macchina che non sente gli anni

Riletto quasi novant’anni dopo la prima pubblicazione, Il codice dei Wooster conserva una qualità difficile da spiegare e facilissima da percepire: la velocità. Nonostante il mondo sociale rappresentato sia lontanissimo dal nostro – maggiordomi, club londinesi, dimore di campagna, aristocratici senza apparenti problemi economici – il meccanismo della comicità non appare imbalsamato.

Il merito è soprattutto della lingua. Wodehouse costruisce similitudini imprevedibili, deviazioni, formule assurde e dialoghi nei quali il ritmo conta almeno quanto il contenuto. Per questo la nuova traduzione di Beatrice Masini ha un compito tutt’altro che secondario: non basta trasferire le parole, bisogna cercare di conservare il tempo della battuta.

Sellerio accompagna questa edizione del 2025 con la nota di Jonathan Coe, che offre una chiave particolarmente adatta a leggere Wodehouse oggi. La sua leggerezza non è superficialità: è una tecnica di sottrazione. Il mondo può essere pesante; dentro queste pagine, per qualche centinaio di pagine, non gli viene concesso di esserlo.

Valutazione critica. Il codice dei Wooster è uno di quei libri nei quali la perfezione rischia di passare inosservata proprio perché tutto sembra facile. L’intreccio è un orologio costruito per sembrare una caduta dalle scale. Bertie precipita da un guaio all’altro, Jeeves aspetta il momento giusto e Wodehouse orchestra il disastro con una precisione che giustifica il paragone musicale di Coe. E in mezzo a tutto questo riesce persino a far entrare un aspirante dittatore senza permettergli di guastare la festa. Anzi: gli mette addosso i pantaloncini e lo fa partecipare.


Scheda bibliografica
P.G. Wodehouse, Il codice dei Wooster
Titolo originale: The Code of the Woosters (1938)
Traduzione di Beatrice Masini
Con una nota di Jonathan Coe
Sellerio editore, Palermo, 2025
Collana La memoria, n. 1356
392 pagine
ISBN 978-88-389-4886-2