Bombetta, baffetti, scrivania e una straordinaria capacità di sopravvivere alla giornata lavorativa facendo il meno possibile. Nel 1979 Mondadori raccoglieva in Bristow: graffiti aziendali le strisce di Frank Dickens. Quasi mezzo secolo dopo, la Chester-Perry sembra cambiata molto meno di quanto vorremmo ammettere.
Benvenuti alla Chester-Perry. Purtroppo lavorate qui
Certe cose denunciano immediatamente la propria età. I telefoni a disco, le macchine da scrivere, le dattilografe, la bombetta per andare in ufficio.
Altre, invece, sembrano godere di una preoccupante immortalità: le riunioni inutili, il capo da compiacere, le gerarchie aziendali, il collega insopportabile, le pause accuratamente dilatate e quella misteriosa disciplina nella quale milioni di impiegati sono diventati maestri: sembrare terribilmente occupati senza produrre assolutamente nulla.
È in questo secondo territorio che continua a vivere Bristow.
Frank Dickens lo aveva creato all’inizio degli anni Sessanta e ne aveva fatto l’anonimo impiegato dell’Ufficio Acquisti della gigantesca Chester-Perry Company. In Italia era arrivato già negli anni Sessanta e Mondadori gli dedicò numerosi Oscar. Bristow: graffiti aziendali, pubblicato nel gennaio 1979, fu l’ottavo della serie.
Bristow è il perfetto uomo d’azienda, a condizione di non prendere troppo sul serio nessuna delle tre parole.
È piccolo, ordinario, conformista. Non sogna di abbattere il capitalismo né di guidare la rivoluzione degli impiegati. Vorrebbe semplicemente attraversare indenne le ore che lo separano dall’uscita.
Possibilmente senza lavorare.
Ed è proprio questa mediocrità a renderlo magnifico.
Altro che Fantozzi: Bristow non vuole essere salvato
Per un lettore italiano la tentazione di accostarlo a Fantozzi è inevitabile. Entrambi appartengono al mondo dell’impiegato trasformato in minuscolo ingranaggio di una macchina aziendale gigantesca.
Ma la somiglianza rischia di nascondere la differenza più interessante.
Fantozzi viene continuamente schiacciato dal sistema. Bristow, invece, ha imparato ad abitarlo.
Non è esattamente un ribelle e certamente non è un eroe. È un sabotatore minimo, quotidiano, quasi domestico. Dorme alla scrivania, perde tempo, chiacchiera, organizza diversivi, osserva le ragazze, si sottrae al lavoro e dedica alla propria sopravvivenza aziendale molte più energie di quante ne dedicherebbe semplicemente a svolgere le proprie mansioni.
Il suo antagonista non è neppure una persona precisa.
È l’ufficio.
La Chester-Perry è un universo autosufficiente fatto di superiori, colleghi, rituali, mensa, pettegolezzi, piccoli privilegi, collette, ritardi, pause e microscopiche lotte di potere. Persino il fondatore, Sir Reginald Chester-Perry, aleggia sull’azienda come una divinità padronale.
Dickens capisce una cosa fondamentale: la grande azienda produce una propria cultura e, insieme, una propria mitologia.
Bristow ha semplicemente imparato a sfruttarne le crepe.
Per questo definirlo soltanto scansafatiche sarebbe ingeneroso. La sua pigrizia è una forma elementare di autodifesa.
Un disegno piccolo per una macchina enorme
Anche graficamente Frank Dickens procede per sottrazione.
Il suo segno è essenziale, apparentemente povero. Gli impiegati sembrano appartenere tutti alla stessa specie, gli ambienti sono ridotti all’indispensabile e bastano pochi elementi per riconoscere personaggi e situazioni.
Ma è proprio questa economia a funzionare.
Più la Chester-Perry appare gigantesca e impersonale, più i suoi abitanti diventano intercambiabili. L’anonimato grafico non è quindi un limite della striscia: è parte della satira.
Dickens aggiunge poi un elemento particolarissimo: parole e indicazioni che accompagnano fisicamente gesti, movimenti e reazioni dei personaggi. Il disegno non cerca eleganza o realismo; cerca il tempo comico.
E lo trova.
Anche perché l’umorismo di Bristow raramente ha bisogno della grande battuta conclusiva. Nasce piuttosto dall’accumulo, dalla ripetizione, dall’assurdità accettata come normalità.
Esattamente come accade in ufficio.
Ed è qui che Graffiti aziendali mostra qualche inevitabile ruga e, contemporaneamente, la propria sorprendente resistenza.
È invecchiato il mondo materiale. Sono cambiate le scrivanie, sono scomparse le dattilografe, la posta elettronica ha sostituito montagne di carta e molti impiegati non indosserebbero una bombetta neppure sotto minaccia.
Ma il meccanismo umano osservato da Dickens è ancora perfettamente riconoscibile.
Abbiamo sostituito il registro dei ritardatari con il badge, la circolare con l’e-mail, il capufficio con il manager e qualche chiacchiera alla macchinetta del caffè con una conversazione su Teams.
Bristow saprebbe adattarsi in un pomeriggio.
Probabilmente chiedendo subito la password del Wi-Fi.
Se lo trovate, timbrate il cartellino
Bristow: graffiti aziendali non è necessariamente il volume da cui dipende la storia del fumetto del Novecento. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui merita di essere recuperato.
È uno di quei piccoli Oscar che per anni sono passati di mano, finiti sulle bancarelle, nelle librerie dell’usato e negli scaffali di casa. Libri popolari nel senso migliore del termine: economici, leggibili, capaci di portare nelle tasche italiane autori e personaggi internazionali che altrimenti sarebbero rimasti confinati alle pagine dei periodici.
Rileggerlo oggi significa anche recuperare quella stagione editoriale.
Ma soprattutto significa riscoprire Frank Dickens e accorgersi che dietro un omino con bombetta e baffetti c’era un osservatore molto preciso del lavoro moderno.
Bristow non combatte il sistema.
Non vuole cambiarlo.
Non pensa neppure seriamente di abbandonarlo.
Vuole soltanto ricavarsi, dentro quella macchina enorme, abbastanza spazio per continuare a essere Bristow. Magari facendo una pausa, raccontando un pettegolezzo, escogitando qualche sistema per non lavorare o conversando con un piccione sul davanzale.
Nel 1979 poteva sembrare l’impiegato moderno.
Quasi mezzo secolo dopo scopriamo che era semplicemente un impiegato.
Se trovate questo vecchio Oscar su una bancarella, in una libreria dell’usato o sepolto in uno scatolone, recuperatelo.
Poi portatelo in ufficio.
Ma non fatevi vedere dal capufficio.
Scheda del volume
Titolo: Bristow: graffiti aziendali
Autore: Frank Dickens
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Collana: Oscar Mondadori – Oscar fumetti
Numero: Oscar Mondadori n. 927 / Oscar fumetti n. 1
Anno: 1979
Prima edizione: gennaio 1979
Traduzione: Laura Bandiera
Pagine: 127
Protagonista: Bristow
Reperibilità: fuori catalogo; da ricercare nel mercato dell’usato
