Una vignetta del 1982 parla di crisi di governo e vacanze. Una del 2001 di astensionismo. Basta sfogliare il primo volume di Satira – Con Repubblica, 50 anni di ironia sul potere per accorgersi che il tempo di Altan ha uno strano difetto: passa regolarmente, mentre l’Italia sembra spesso dimenticarsi di farlo.
Una collana che comincia da Altan
La nuova collana distribuita con la Repubblica sceglie un’apertura difficilmente contestabile: il primo volume è dedicato a Francesco Tullio Altan. L’opera, a cura di Angelo Rinaldi, è costruita come un percorso attraverso cinquant’anni di ironia sul potere e prevede sei tappe: dopo Altan arriveranno Bucchi, Biani, Forattini, Ellekappa e Satyricon.
Non è dunque soltanto un’antologia d’autore. Il progetto, preso nel suo insieme, promette di diventare anche una piccola storia della satira italiana vista attraverso alcune delle firme che hanno accompagnato la cronaca politica e sociale del Paese. Ed è significativo che ad aprire il viaggio sia proprio Altan, autore capace come pochi di trasformare l’attualità in qualcosa che continua a funzionare quando l’attualità è ormai diventata storia.
Il volume è introdotto da Filippo Ceccarelli con A ciascuno il suo Altan. L’idea più divertente – e forse anche la più seria – è che la quantità di riflessioni accumulate intorno all’autore potrebbe ormai giustificare una vera e propria “altanologia”. Non sarebbe nemmeno così difficile immaginarne il programma: politica, antropologia nazionale, linguaggio, potere, sesso, lavoro, cinismo e naturalmente Cipputi.
La cronaca che non vuole invecchiare
Il rischio delle raccolte di satira politica è evidente. La vignetta nasce spesso legata a un nome, una crisi, un’elezione, una polemica destinata a consumarsi rapidamente. Passati gli anni, può richiedere note, spiegazioni e una buona memoria del lettore. Con Altan accade frequentemente il contrario.
Una vignetta datata 1982 mostra due uomini che discutono: crisi prima o dopo le vacanze? Meglio dopo, così si va alle urne tutti belli abbronzati. Quasi vent’anni più tardi, nel 2001, un uomo dichiara di essersi astenuto mentre un altro, alle sue spalle, dimostra di non aver fatto altrettanto. Sono battute nate dentro momenti precisi della vita politica italiana, ma il meccanismo che le sostiene sopravvive perfettamente alla loro occasione.
È uno dei segreti di Altan. Il politico contingente interessa meno del comportamento che rappresenta. Il potere cambia faccia, coalizione, slogan e legge elettorale; l’essere umano che lo esercita o lo subisce conserva invece una straordinaria continuità. Così una vignetta vecchia di quarant’anni può perdere il riferimento di cronaca e guadagnare, quasi per usura, una seconda vita.
Il Paese dei nasi ripiegati
Ceccarelli prova a rintracciare ascendenze e parentele: l’espressionismo di George Grosz, una certa perfidia francese, Novello per la capacità di raccontare una classe sociale. Ma poi arriva al punto essenziale: ciascuno finisce per trovare il proprio Altan.
È vero anche graficamente. Basta un naso ripiegato, un occhio a palla, una pancia, un politico davanti a un microfono o un operaio con il berretto perché quel mondo sia immediatamente riconoscibile. Altan ha costruito negli anni un repertorio umano che non ha bisogno del ritratto realistico. I suoi personaggi sembrano appartenere tutti alla stessa sterminata famiglia nazionale.
E poi c’è Cipputi. In copertina compare con il suo berretto, la maglia rossa e un ombrello che sembra già sul punto di diventare un problema. È stato l’operaio attraverso il quale Altan ha raccontato lavoro, politica, televisione e trasformazioni sociali; ma riletto oggi assume anche un valore storico. La classe operaia che rappresentava non occupa più lo stesso spazio nell’immaginario pubblico, mentre molte delle frustrazioni che gli venivano affidate hanno semplicemente cambiato mestiere e abbigliamento.
Cinquant’anni di potere, senza riverenza
Il pregio di questa prima uscita sta soprattutto nella possibilità di leggere le vignette una dopo l’altra, sottraendole al consumo quotidiano per cui erano nate. Nel giornale la satira reagisce alla notizia. Nell’antologia, invece, le notizie cominciano a dialogare tra loro e fanno emergere le ossessioni ricorrenti.
Altan non sembra interessato a suggerire che una parte politica possieda la soluzione definitiva. Il suo bersaglio è più largo: la retorica, gli slogan, l’autocompiacimento, il trasformismo, la stupidità del potere e quella di chi lo osserva. È una satira che raramente consola il lettore permettendogli di sentirsi definitivamente dalla parte giusta.
Ed è probabilmente per questo che regge così bene la rilettura. Cinquant’anni di vignette potrebbero essere un archivio di cose morte. Qui diventano invece una specie di sismografo: registrano governi, elezioni e mutamenti sociali, ma soprattutto quel movimento sotterraneo e molto più lento che chiamiamo carattere nazionale.
Valutazione critica. Come apertura della collana, il volume dedicato ad Altan funziona sia per chi conosce già bene il suo lavoro sia come ingresso per chi ne possiede soltanto l’immagine più popolare. L’interesse maggiore non sta nella singola battuta, ma nell’accumulo: pagina dopo pagina ci si accorge che la satira ha conservato memoria di cose che la politica avrebbe preferito dimenticare. E quando una vignetta del 1982 sembra scritta ieri, non si sa bene se complimentarsi con Altan o preoccuparsi per noi.
Scheda bibliografica
Satira – Con Repubblica, 50 anni di ironia sul potere
1. Altan
A cura di Angelo Rinaldi
Introduzione di Filippo Ceccarelli, A ciascuno il suo Altan
GEDI News Network S.p.A., 2026
Supplemento distribuito esclusivamente con il quotidiano la Repubblica
© Altan/Quipos – © 2026 GEDI News Network S.p.A.
Piano dell’opera: 1. Altan; 2. Bucchi; 3. Biani; 4. Forattini; 5. Ellekappa; 6. Satyricon.


