Carlo Lapucci prende sul serio la cosa meno seria del mondo: la barzelletta. E scopre che dietro Pierino, carabinieri, matti, mariti e mogli si nasconde una specie di archivio clandestino del nostro modo di pensare.
La barzelletta non è una cosa seria. Per fortuna
In copertina un ferroviere ordina di togliere immediatamente una bicicletta perché di lì devono passare «onorevoli, ministri e sottosegretari». L’operaio lo tranquillizza: l’ha già assicurata con il lucchetto. È una barzelletta in forma di vignetta, disegnata da Lido Contemori, e potrebbe sembrare soltanto un buon modo per presentare un libro che si intitola Le barzellette italiane. Invece contiene già una parte della tesi di Carlo Lapucci: ridiamo, ma intanto stiamo dicendo qualcosa sull’autorità, sulla politica, sulla diffidenza e, in definitiva, su noi stessi.
Questo è il primo di due volumi pubblicati da Sarnus. Uscito nel 2014 con il sottotitolo Farsa umana e filosofia sommersa nelle storielle popolari, il volume ha un’ambizione assai maggiore di quella suggerita da una raccolta di storielle da raccontare agli amici. Lapucci, studioso di letteratura, linguistica e tradizioni popolari, considera la barzelletta un genere della tradizione orale ancora straordinariamente vitale e prova a osservarlo con gli strumenti dello studioso senza ucciderne il piacere.
È proprio questo equilibrio a rendere il libro ancora oggi curioso da cercare. Da una parte c’è la raccolta: pazzi, Pierino, carabinieri, vita coniugale e gli altri territori classici della comicità popolare. Dall’altra c’è il tentativo di capire perché quelle storielle esistano, perché sopravvivano, perché cambino protagonisti e ambientazione continuando spesso a raccontare la stessa cosa.
Un geroglifico nascosto dentro una risata
L’introduzione, scritta dallo stesso Carlo Lapucci, è la chiave per leggere tutto il volume. La barzelletta viene sottratta alla categoria del passatempo insignificante e osservata come una forma di comunicazione capace di far emergere ciò che una comunità pensa senza necessariamente dichiararlo. Lapucci arriva a immaginarla come una sorta di geroglifico da decodificare: dietro l’assurdo, l’esagerazione e il rovesciamento comico si possono riconoscere conformismo, ipocrisia, convenzioni, disuguaglianze, desideri e paure.
Il meccanismo è semplice solo in apparenza. Una situazione viene costruita in poche righe e condotta verso uno scarto improvviso: l’ultima battuta cambia il significato di ciò che precede e fa esplodere il ridicolo. A volte accade il contrario: una situazione normalissima viene deformata da un’interpretazione assurda. In entrambi i casi il riso nasce da uno spostamento, da qualcosa che improvvisamente non coincide più con ciò che credevamo di sapere.
E qui il libro entra direttamente nel territorio di Buduàr. Nel tentativo di distinguere la barzelletta dai generi confinanti, Lapucci passa attraverso arguzia, battuta, facezia, aneddoto, favola e arriva anche a vignetta e caricatura. Cambiano i mezzi, ma resta quella capacità di concentrare un’osservazione in un punto di rottura. Una buona vignetta e una buona barzelletta possono impiegare strumenti differenti per ottenere un risultato sorprendentemente vicino: farci vedere una contraddizione che fino a un secondo prima avevamo sotto gli occhi senza accorgercene.
Da Aristotele a Pierino senza perdere il filo
Il rischio di un libro del genere sarebbe quello di mettere il camice accademico alla barzelletta e costringerla sul tavolo anatomico fino a farla smettere di ridere. Lapucci evita in buona parte la trappola. Il suo percorso attraversa l’antichità, il Medioevo, il Rinascimento, la tradizione orale e le trasformazioni moderne del genere, ma conserva sempre l’idea che l’oggetto studiato sia vivo proprio perché continua a essere raccontato.
È interessante, per esempio, il rapporto con il riso stesso. Filosofi e moralisti hanno tentato per secoli di spiegarlo; proverbi e cultura popolare lo hanno contemporaneamente celebrato e guardato con sospetto. Ridere fa bene, ma «il riso abbonda sulla bocca degli stolti». Chi ride troppo è matto, chi non ride mai è altrettanto sospetto. La cultura popolare riesce così a sostenere contemporaneamente una cosa e il suo contrario: terreno ideale per l’umorismo.
La barzelletta diventa allora una piccola macchina che permette di parlare di sesso, religione, matrimonio, autorità, stupidità e potere senza assumersi fino in fondo la responsabilità di una dichiarazione solenne. Si ride e si passa oltre. Ma qualcosa resta. È probabilmente questa la “filosofia sommersa” annunciata dal sottotitolo.
Perché cercarlo ancora oggi
Dodici anni dopo questa edizione, Le barzellette italiane acquista forse un interesse ulteriore. La circolazione dell’umorismo è cambiata radicalmente: molte delle storielle che un tempo passavano dal bar al luogo di lavoro, dalla tavolata alla telefonata, oggi viaggiano come meme, immagini, messaggi e brevi video. Il contenitore cambia con una rapidità impressionante; certi meccanismi, molto meno.
Ed è qui che il libro di Lapucci diventa qualcosa di più di una grande raccolta. Leggendolo ci si accorge che molte forme di comicità considerate nuovissime hanno antenati antichi. Cambiano il personaggio, il bersaglio, il mezzo di diffusione; resta il bisogno di condensare in poche parole una contraddizione e passarla immediatamente a qualcun altro.
Naturalmente non tutto ciò che fa ridere attraversa il tempo nello stesso modo. Alcune barzellette invecchiano, altre diventano incomprensibili, altre ancora rivelano pregiudizi che oggi leggiamo diversamente. Ma proprio per questo una raccolta ragionata diventa anche un documento: non fotografa soltanto ciò di cui una società rideva, ma anche come guardava se stessa mentre rideva.
Per una rubrica come Meglio tardi… è difficile chiedere di più. È un libro da recuperare non soltanto per trovare una barzelletta dimenticata, ma per capire perché qualcuno, secoli fa o ieri sera, abbia sentito il bisogno di raccontarla. E magari scoprire che, cambiato il nome del protagonista, continuiamo a ridere delle stesse cose.
Carlo Lapucci
Le barzellette italiane. Farsa umana e filosofia sommersa nelle storielle popolari
Volume I di II
Sarnus – Edizioni Polistampa, 2014
Introduzione: Carlo Lapucci
Illustrazione di copertina: Lido Contemori
ISBN 978-88-563-0129-8
