Meglio tardi… recensioni vintage
Nel 1974 Frank Dickens prendeva uno dei grandi temi del mondo del lavoro e lo rovesciava: l’assenteismo non come vizio, ma come disciplina, tecnica e perfino “sport per eccellenza”. Cinquantadue anni dopo, Il libretto rosso dell’assenteista fa sorridere per il suo cinismo e sorprende per quanto poco siano invecchiati certi meccanismi.
L’arte di non esserci
La quarta di copertina non lascia spazio a equivoci: “L’assenteismo è la piaga del secolo, malcostume, vizio, fenomeno indotto e globale. No!”. Da quel “No!” comincia il gioco di Frank Dickens. Tutto ciò che normalmente viene pronunciato contro l’assenteista viene capovolto. Non presentarsi al lavoro diventa un esercizio antico, raffinato nei secoli, dotato di regole, capacità di concentrazione, prontezza di riflessi e perfino di una propria mistica.
Pubblicato da Mondadori negli Oscar nel giugno 1974, Il libretto rosso dell’assenteista arriva in Italia con la traduzione di Manola Stanchi. Il titolo è già una gag: riecheggia inevitabilmente i libretti ideologici che in quegli anni circolavano con ben altra serietà, ma applica il tono del manuale rivoluzionario alla più quotidiana delle ribellioni, quella dell’impiegato che cerca disperatamente di sottrarsi al lavoro.
Il protagonista è Bristow, il personaggio più celebre di Dickens: impiegato, vittima e insieme sabotatore dell’organizzazione aziendale, uomo apparentemente insignificante che combatte la propria piccola guerra contro orari, superiori, regole e rituali dell’ufficio. Non è un eroe e soprattutto non pretende di esserlo. La sua grandezza consiste semmai nell’arte di sopravvivere facendo il minimo indispensabile e, quando possibile, anche qualcosa meno.
Bristow, l’antieroe dell’ufficio
Dickens costruisce il libro con quella semplicità grafica che è una delle forze di Bristow. Pochi segni, figure tondeggianti, ambienti appena suggeriti e dialoghi che arrivano rapidamente al punto. Il bersaglio non è soltanto il fannullone. Anzi, spesso l’assenteista diventa il prodotto perfettamente logico di un sistema del lavoro popolato da capi, regolamenti, automatismi e assurdità burocratiche.
È qui che il libro supera la semplice raccolta di battute. La comicità nasce da una specie di guerra permanente tra individuo e organizzazione. L’impiegato cerca una scappatoia, l’autorità inventa una regola; l’impiegato aggira la regola e il sistema ne produce un’altra. Dickens non idealizza nessuno: i lavoratori sono opportunisti, i capi ottusi, le relazioni umane condizionate dalla convenienza. Tutti cercano di cavarsela.
Una vignetta mostra una donna multata che si lamenta perché l’agente l’ha definita “brutta vecchia megera”. La collega la consola e subito dopo la invita ad attaccare la multa e scappare. In un’altra sequenza un uomo racconta una bravata in barca e conclude che non sa nemmeno il nome di chi era con lui: “Come navi che incrociano nella notte…”. È il mondo di Dickens: piccole vanità, piccole menzogne e piccole strategie di sopravvivenza osservate senza alcuna indulgenza sentimentale.
Un libro del 1974 che non sembra così lontano
Naturalmente molto è cambiato. Il mondo dell’ufficio rappresentato da Dickens appartiene all’epoca del cartellino, delle grandi strutture gerarchiche, delle scrivanie e di una concezione del lavoro profondamente novecentesca. Eppure il meccanismo comico continua a funzionare perché non dipende dalla tecnologia. Dipende dal rapporto tra chi stabilisce le regole e chi deve rispettarle.
Oggi parleremmo di produttività, smart working, riunioni inutili, burnout, controllo delle prestazioni e diritto alla disconnessione. Nel 1974 bastavano un cartellino e un capo ufficio. Cambiano gli strumenti, resta riconoscibile quella zona grigia nella quale il lavoratore cerca di difendere il proprio tempo e l’organizzazione tenta di recuperarlo.
La trovata migliore del volume rimane quindi quella dichiarata già dalla copertina: prendere un comportamento considerato socialmente riprovevole e descriverlo con il linguaggio solenne riservato alle grandi discipline. L’assenteismo ha le sue leggi, i suoi campioni, i suoi detrattori e persino i suoi tifosi. Dickens porta il paradosso abbastanza lontano da farci dimenticare, per qualche pagina, quale dovrebbe essere la morale della storia.
La risata dalla parte dell’impiegato
Il libretto rosso dell’assenteista è un piccolo libro figlio del proprio tempo, ma non un reperto innocuo. La grafica e certe situazioni denunciano immediatamente gli anni Settanta; lo sguardo sul lavoro, invece, conserva una sorprendente familiarità. Dickens non offre soluzioni e non costruisce una teoria sociale. Fa qualcosa di più adatto a un umorista: osserva la macchina e si mette dalla parte dell’ingranaggio che ogni tanto decide di girare al contrario.
È questa la ragione per cui il libro merita ancora di essere sfogliato. Dietro la celebrazione dell’assenteista c’è una satira molto più larga dell’organizzazione del lavoro e delle sue liturgie. Bristow non vuole cambiare il mondo: vorrebbe soprattutto riuscire ad attraversarlo con il minor numero possibile di seccature. Ed è forse proprio per questo che, dopo più di mezzo secolo, continua a sembrarci così poco estraneo.
Valutazione critica. Un volume agile e apparentemente minore, nel quale la comicità immediata di Frank Dickens nasconde un’osservazione assai precisa dei rapporti di potere nel lavoro. Non tutto conserva la stessa forza e alcune gag appartengono evidentemente alla loro epoca, ma l’idea portante rimane efficacissima. Una riscoperta che funziona proprio perché il tempo trascorso aggiunge un secondo livello di lettura: ridiamo del 1974 e, con qualche imbarazzo, anche del presente.
Scheda bibliografica
Frank Dickens, Il libretto rosso dell’assenteista
Traduzione di Manola Stanchi
Oscar Mondadori, prima edizione, giugno 1974
Copyright 1974 London Evening Standard / News Blitz International – Arnoldo Mondadori Editore

